Ieri mi sono imbattuta per mia fortuna in una festa dove due monaci tibetani costruivano un mandala. Un mandala stupendi costruito con attenzione pazienza e cura e poi…. Pazientemente distrutto con una cerimonia dedicata alla distruzione.  Da brava occidentale attaccata al bello, ho  subito scattato una foto. Volevo fermare il momento, lasciare il ricordo di quello che i miei occhi avevano visto. Quello che ho fatto però è stato proprio quello che la cerimonia della distruzione del mandala cerca di  evitare “l’attaccamento”.  Il mandala è, nel contesto della cultura buddista, qualcosa di più di una potente metafora dell’impermanenza di tutte le cose. Esso è, prima di tutto, una pratica, un esercizio spirituale attraverso il quale il monaco impara a guardare la realtà per quello che essa è in realtà: un fenomeno passeggero, impalpabile e non racchiudibile all’interno di una forma data una volta per tutte. Quello che colpisce della pratica del mandala non è tanto il tempo che si impiega per la realizzazione dell’opera (spesso anni), quanto, piuttosto, il fatto che una volta che questa è ultimata il monaco, con un gesto perentorio della mano, lo distrugge.  E’ vero,  che il mandala viene cancellato, ma questa cancellazione è piuttosto il risultato di un atto creativo che non di un atto di distruzione. Con il suo gesto, infatti, il monaco si rende consapevole della fugacità di tutte le cose e di se stesso. Tanto più grande sarà stata la pazienza e l’amore profusi nella creazione del mandala, tanto più forte sarà il gesto, tanto più significato il lascito nella vita spirituale del monaco che l’ha compiuto e, in conseguenza, a tutto il mondo di cui il monaco fa parte. 
La distruzione del mandala è, allora, un atto costruttivo, la creazione artistica viene, sì, cancellata, ma ciò porta ad una produzione di senso per il monaco che lo compie. Allora vorrei riuscire a godere dell’impermanenza delle cose, delle situazioni e relazioni e vivere la pienezza dell’istante mentre accade. Qui ed ora

 

 

 

 

 

 

Il Mandala e il non attaccamento

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